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-Mikael Photography -The World Through my Eyes
January 08 Canon EOS 40D: prime impressioni sul campoPremesse: Dopo aver faticosamente risparmiato per ben due anni e forte di piccole entrate economiche recenti ho sostituito, dopo quasi tre anni, la mia fidata Canon EOS 350D con un modello decisamente superiore, la EOS 40D. Si tratta di una Reflex digitale con un sensore CMOS da 10,1 Megapixel effettivi, dotata di alcune innovative caratteristiche tecnologiche che la avvicinano molto più alle ammiraglie di casa Canon piuttosto che le macchine fotografiche più amatoriali come la 400D o la 30D. Non intendo dilungarmi troppo sulle caratteristiche tecniche di questa macchina, né intendo farne una recensione. Per chi volesse avere questo genere di informazioni, consiglio caldamente di leggersi con attenzione la seguente recensione, dove vengono forniti tutti i dettagli del caso: http://www.dpreview.com/reviews/canoneos40d/ Io, dal canto mio, ho testato con intensità la macchina fotografica sul campo nel mio recente soggiorno a Vieste, sul Gargano, dove ho potuto farmi un’idea sulle sue effettive prestazioni; sono proprio tali impressioni che intendo condividere con voi, sperando possano essere utili a qualcuno. Il corpo macchina: La EOS 40D è una Reflex, ed ha un aspetto del tutto simile a tutte le Reflex, analogiche o digitali, attualmente esistenti. Per uno come me, che viene dalla scuola della 350D, la 40D è un altro pianeta: è più grande, più robusta, più maneggevole. Tra le sue più belle caratteristiche vi è un meraviglioso LCD da 3’’ che permette una visualizzazione nitida e precisa sia del menù sia delle foto scattate. Purtroppo ho notato una sua vertiginosa tendenza a sporcarsi e presto comprerò una protezione per evitare che si graffi. Il viewfinder è abbastanza luminoso (anni luce più luminoso di quello della 350D), ed è intercambiabile con ben tre modelli diversi (standard, standard con griglia, di precisione). La macchina non è indistruttibile come le ammiraglie di casa Canon, ma è parzialmente impermeabile ed è dotata di un sistema di pulizia del sensore ad ultrasuoni che si attiva ad ogni accensione e spegnimento. Ho usato la macchina con pioggia, vento e persino sulla sabbia; ho, ovviamente, usato delle accortezze per evitarle stress inutili, ma devo dire che si è comportata benissimo e fino ad ora non mi ha dato problemi di polvere di alcun tipo. Ovviamente la macchina pesa di più della 350D (822 g vs. 540 g con batteria inclusa) ma questo non risulta uno svantaggio particolare. I tasti, il joystick e le due ghiere sono disposti in modo accurato, ci si abitua ben presto al loro utilizzo, anche se alcune funzioni di controllo non sono proprio immediatamente accessibili, a volte ci devo pensare un po’ per ricordarmi come e cosa fare (suppongo sia questione di abitudine). L’unica cosa che continuo a trovare un po’ scomodo è il pulsante di accensione, ma neanche questo mi sembra un handicap considerevole. L’illuminazione, di un orrido color arancio, non mi pare adeguata al resto del corpo macchina. Il design della macchina è essenziale ed elegante, leggermente bombato in alcuni punti e spigoloso in altri. La parte della macchina che si impugna con la destra è rivestita di un buon materiale antiscivolo. Le connessioni per l’USB e per gli altri cavi sono ben protette. La ghiera di selezione delle modalità di scatto è a sinistra invece che a destra, come per la 350D, e comprende 7 modalità “basic” (da me mai testate) e 8 modalità “creative” (tutte da me testate, eccetto la modalità A–DEP che ho sempre ritenuto inutile). Primissime impressioni: Appena acquistata la macchina ho subito fatto svariate prove per testare le sue potenzialità. Le prime foto che ho fatto sono stati dei ritratti ad i miei amici mentre giocavamo a Risiko, ed ho utilizzato come lenti il Sigma 12–24 ed il Canon 50 f 1.4. La prima cosa che ho verificato, in quell’occasione, è stata l’estrema potenzialità dell’autofocus, soprattutto con il 50mm. La 40D ha nove punti di messa a fuoco, ma quello centrale è il migliore ed è ancora più potente e funzionante con lenti che hanno diaframmi minimi di 2.8 o minori. Il flash, sia quello esterno che quello pop–up della macchina, si comportano benissimo anche quando usati completamente in manuale. La velocità di scatto è impressionante, soprattutto se si scatta in jpeg. L’otturatore fa un rumore molto gradevole; la successiva revisione delle foto è ottimale. Ottima la resa agli alti ISO, davvero notevole. La macchina ha una gamma ISO da 100 a 1600, ad intervalli di 1/3 di stop, con la pregevole possibilità di estendere gli ISO a 3200 nella modalità H. La riduzione del rumore per scatti con tempi lunghi è eccellente, rende il rumore piacevolmente simile a grana. Ad ogni modo, per quanto ho visto personalmente, da 1000 ISO in su il rumore si nota, ma è davvero contenuto anche a 3200. La scheda di memoria che utilizzo come principale è una Sandisk III 4GB; se tengo selezionato come tipo di file i RAW, allora posso scattare poco meno di 300 foto. Questa macchina produce file notevoli, soprattutto per il fatto che il suo processore d’immagine DIGIC–III ha un convertitore da analogico a digitale a 14 bit, ed i file RAW risultanti hanno un peso medio di 12,0 MB, mentre i jpeg alla massima qualità si attestano sui 3,5 MB. Il software in dotazione della macchina, come ho presto verificato, è insufficiente, quantomeno per i miei personali usi. Il convertitore RAW ha funzionalità limitate, ed io personalmente utilizzo – sfruttando così appieno le potenzialità della macchina – Adobe Lightroom. Sul campo: Veniamo, ora, alle applicazioni sul campo. Per chi un po’ mi conosce come fotografo, saprà che non ho un “genere” preferenziale, ma che mi piace spaziare molto, anche se indubbiamente la maggior parte del mio portfolio comprende paesaggi e ritratti. Ho una spiccata predilezione per il bianco e nero, ragion per cui possiedo un buon kit d filtri Cokin. Sapevo che a Vieste avrei trovato spiagge desolate, scogliere spazzate dalle onde, foreste parzialmente innevate; quello che cercavo! Da molto, infatti, volevo cimentarmi in quella che si potrebbe chiamare “slow speed photography”, ossia una fotografia incentrata sul cogliere il dinamismo del paesaggio anche in piena luce mediante l’impiego di tempi di posa molto lunghi. Ho ottenuto dei buoni risultati utilizzando sia il filtro infrarosso che un’abbinata abbastanza particolare di due filtri neutri ND8 più il polarizzatore. Usando l’infrarosso ho anche apprezzato che la 40D, così come la 350D, ha una buona sensibilità a queste particolari lunghezze d’onda, ma come nel caso della 350D se non si presta attenzione alle luci parassite e alla perfetta pulizia del filtro e della lente si rischia di imbattersi in fastidiosi flare violacei ed artifici vari. I tempi di posa, però, sono i più lunghi possibili e le immagini (per me rigorosamente da convertire in bianco e nero) sono di grande impatto. L’uso combinato del pola più i due neutri garantisce tempi sufficientemente lunghi (specialmente in tempestose giornate invernali). Le immagini che si ottengono hanno dei colori un po’ sfalsati, vagamente surreali , con molte tonalità virate al viola, al rosso, o a colori acidi vicini al verde mare. La conversione in b/n rende anche in questo caso davvero benissimo. In entrambi i casi, la macchina a 100 ISO, sul cavalletto, scatto remoto e blocco dello specchio ha garantito risultati ottimali, anche su pose di 1 min ed oltre, e la riduzione del rumore interna ha reso superflua ogni mia postproduzione volta alla riduzione del rumore. È stata necessaria, invece, molta produzione riguardo la nitidezza, ma questo fattore è dovuto al 12–24 Sigma che è una lente molto morbida, specialmente con l’infrarosso, e poco ha a che fare con la 40D. Live View: Molti fotografi, più o meno seri, sono stati affascinati da questa innovazione presente sulla 40D, la modalità live view. In pratica si tratta di un meccanismo che rende questa macchina vagamente (sottolineo: vagamente) simile alle compatte: lo specchio si solleva, e l’immagine viene riprodotta sullo schermo LCD in presa diretta mediante il sensore (che tende a scaldarsi molto presto). Ovviamente – per la stessa natura della messa a fuoco con una Reflex – l’autofocus non è possibile in questa modalità, ed è quindi necessario o mettere a fuoco in manuale o premere un pulsante ad hoc che riabbassa lo specchio, mette a fuoco sul punto AF preselezionato e ritorna rapidamente al live view. Quali, dunque, i vantaggi di tale modalità? Beh, io personalmente direi che sono notevoli, soprattutto per un certo tipo di fotografia. Prima di tutto è possibile attivare la visualizzazione di una classica griglia nella modalità live view che consente una composizione ottimale nella fotografia di paesaggio ed un controllo accurato delle linee orizzontali e verticali, rendendo accessorio l’uso di varie livelle e bolle di controllo. Poi, quando si deve mettere a fuoco un qualche dettaglio, ad esempio nella fotografia macro con o senza i tubi di prolunga, allora questa macchina diviene una meraviglia. In live view è, infatti, possibile “zoomare” su alcuni punti del fotogramma e controllare, in un modo prima impensabile, la precisione della messa a fuoco in manuale. Onestamente, direi che non è poco! Il live view è a mio avviso un accessorio utilissimo se usato con moderazione ed intelligenza (consuma batteria, anche se non la prosciuga). Alcuni – a quanto ho letto sulla rete – lo ritengono un fronzolo un po’ inutile; io, invece, lo reputo uno strumento di grande utilità che sfrutterò sicuramente al massimo per il futuro. Personalizzazione: Come le ammiraglie della serie EOS, la 40D è personalizzabile in modo spettacolare! Sono presenti ben 24 funzioni avanzate, alcune delle quali utilissime ed innovative. Inoltre sulla ghiera sono presenti tre modalità, C1, C2 e C3, che corrispondono a delle modalità di scatto totalmente personalizzabili per richiamare in un solo movimento tutte le funzioni che sono utili per una data situazione di scatto. Io, ad esempio, ho una modalità per i paesaggi in cui ho attivato il sollevamento dello specchio, ISO 100, priorità di diaframmi, live view con alcune funzioni. Sulla modalità C2 ho attivato alcune funzioni utili alle macro e sulla modalità C3 impostazioni per fotografie ad alta velocità, per animali fuggevoli, sport, bambini o altro. Molto comodi sono anche i “picture style”, ossia delle regolazioni personalizzabili di contrasto, saturazione etc., richiamabili mediante un tasto ed editabili su pc, che però trovo più indovinati solo quando si scatta in jpeg, mentre li reputo vagamente superflui se si scatta in RAW. Comodo, anche se non ancora da me sperimentato, è il sistema di personalizzazione del menù, che permette di stravolgerlo a proprio piacimento a seconda delle proprie necessità. Conclusioni: Probabilmente con il tempo e l’utilizzo avrò modo di apprezzare in modo più approfondito i vantaggi e gli svantaggi di questa macchina fotografica. Per adesso, mi dico estremamente soddisfatto del mio investimento economico che mi ha fatto prediligere questo corpo alla più blasonata 5D, che però vedevo ormai troppo “vecchia” e forse mal adatta alle mie applicazioni fotografiche. La 40D è una macchina meravigliosa, a mio avviso dall’eccezionale rapporto qualità/prezzo, con immagini eccellenti e superbe qualità innovative e capacità di personalizzazione. I suoi difetti apparenti sono pochi; personalmente trovo scomodo il pulsante di accensione ed il controllo di alcune funzionalità mediante i pulsanti posti sulla parte alta, a destra. Pro: · Rapporto qualità/prezzo. · Costruzione solida. · Schermo LCD da 3’’. · Rumore contenuto a tutti gli ISO, eccellente sistema interno di riduzione del rumore. · Velocità di scatto impressionante, quasi surreale in jpeg. · Modalità live view molto utile in determinate situazioni. · Personalizzazione molto avanzata. Contro: · Pulsante di accensione a mio avviso scomodo. · Forse revisionabile il sistema di pulsanti di controllo. · Retroilluminazione non totalmente adeguata. · Lo schermo tende a sporcarsi o, peggio, graffiarsi. August 30 Reportage sugli Incendi di Vieste 2007Raggiungere la propria meta quando è sera ha un effetto diverso; i luoghi, anche quelli che conosci da quando eri bambino, che hai imparato ad amare da ragazzo, hanno un’aria diversa. Mancavo da alcuni bellissimi giorni di Maggio dalla terra di mio Padre, quel Gargano che così singolo e solitario appare come un mare di nubi quando lo vedi sorgere dall’arsa e brulla pianura di Foggia. Quest’anno vi sono giunto di sera dopo un viaggio travagliato, una lunga seppur banale avventura fatta di pullman rotti in Irpinia, treni per raggiungere Manfredonia, ore ad aspettare una cugina da Vieste che venisse a raccattare quel che di me era rimasto dopo la stanchezza d’un viaggio che per lunghezza, in aereo, mi avrebbe fatto arrivare ad Hong Kong. Fiacco ed un po’ assonnato ho visto iniziare le curve che da Manfredonia conducono a Mattinata mentre c’era quella luce quasi bluastra del crepuscolo inoltrato. Le vaste pinete che sormontano le scogliere bianche e ripide della famosa Baia dei Mergoli e quelle di Vignanotica erano illuminate solo da una luna un po’ timida e dai fari di qualche macchina che passava ogni tanto. La radio emetteva canzoncine mentre i miei occhi seguivano i profili degli alberi, come a guardare i visi, sempre un po’ più invecchiati, di parenti, amici, parti della propria vita. Ho aperto il finestrino poco dopo Santa Tecla, perché mi sentivo ormai vicino a casa. L’odore era sempre intenso, di quel Gargano che non in molti sanno apprezzare davvero nella sua globale bellezza: sentivo l’odore della macchia, del lentisco, del biancospino, della resina dei pini. Immaginavo e sapevo che tra quel buio quasi imperscrutabile una famiglia di cinghiali o un branco di mufloni stava, con la solita circospezione, cercando del cibo mentre, sotto, tra le scogliere, i gabbiani si riposavano poggiati alle rocce facendo ogni tanto il loro solito baccano. Ma fu avvicinandomi sempre più a casa mia, a Vieste, che mi giunse un odore diverso, così stonato e diverso dai profumi che ero abituato a respirare. Mia cugina mi disse che l’odore, visto che era passato qualche giorno, adesso era meno intenso: era come se stessi respirando cenere. Mi sporsi dal finestrino fin quasi a mettermi a mezzo busto fuori dalla macchina e vidi che, nel buio fitto del bosco, improvvisamente la luce non trovava più rami o foglie a farle da ostacolo e, con i tiepidi raggi della luna, intravidi lunghe file di sagome smorte ed immobili, come carcasse impilate, e la luce toccava un suolo grigiastro, illuminato di tanto in tanto da braci, residui di fuoco e lingue di fumo che si ergevano come fantasmi. Arrivati a Portonuovo, dove le curve si interrompono per costeggiare una lunga spiaggia con antistante un isolotto, vedevo le colline lì attorno macchiate di piccoli punti rossi: gli ultimi focolai del devastante incendio del 24 Luglio. Giunti a Vieste in fondo nulla era diverso: il lungomare era pieno di gente, di uomini e donne intenti a viversi la loro estate. C’erano le solite due o tre discoteche in piena funzione, c’era la stessa fila di macchine e le luci ad illuminare il faraglione Pizzomunno, il Castello e la gente a contemplare felice quelle scene dopo un lungo anno di fatica. Quelle persone non avevano rinunciato alle vacanze a Vieste nonostante il fuoco ed i morti a meno di trenta chilometri da lì, ed era là a rendere quell’estate “normale” nonostante tutto intorno fosse un cimitero che ancora ardeva dopo tre giorni dal rogo. Forse era meglio così, almeno il turismo non sarebbe crollato, ma sul momento provai un vago senso di disprezzo per quelle persone, forse – o sicuramente – ingiustificato. Dormii poco e male tutta la notte. La mattina dopo, appena possibile, mi feci prestare un motorino ed andai a vedere con la luce del giorno la reale portata di ciò che avevo intravisto di notte. Mi fermai in un collina che a Vieste è chiamata il Ponte, giacché separa le due lunghe spiagge del litorale sud di Vieste, quella del Castello e quella di Portonuovo. Mi trattenni nel punto più alto, passato uno stretto tornante e abbandonai il motorino a margine della strada, armato della mia macchina fotografica. Piangere mi sarebbe apparso un gesto sciocco, più adatto ad un film che a quella realtà. Ricordo che appena misi il piede nella cenere si sollevo una nuvoletta tra il grigio ed il nero e, in pochi passi, le mie scarpe erano già dello stesso colore di quell’indistinto tappeto che erano i residui della vita spazzata via dal fuoco. La pineta, quella che era stata una pineta, era ancora lì, solo che gli alberi non erano più alberi ma fiammiferi consumati, qualcuno ancora con qualche fronda completamente arsa. Le piante del sottobosco erano svaporate vie, quelle più resistenti avevano al massimo lasciato degli scheletri carbonizzati che si polverizzavano appena li toccavi. E dietro, dietro quella fustaia distrutta, vedevo, come non avevo mai ben visto da lì, il mare del Gargano, verde per il vento di scirocco che soffiava e rendeva torbide le acque, così dietro quello spettrale paesaggio di cenere e polvere la mia terra era ancora bellissima, e c’era gente in acqua che faceva il bagno sotto quel terrazzo di carbone. Camminai tra le pigne riarse che, apertesi a qualche giorno di distanza dal fuoco per il forte calore, mostravano un interno rosso fuoco. Mi soffermai a guardare e fotografare i segni dell’uomo che erano rimaste lì, anneriti ma non distrutti come i pini: e c’erano decine di bottiglie, chiodi, piatti, forchette, residui di pacchetti di sigarette ed un cartello che diceva, non senza un certo sarcasmo, “pericolo d’incendio”. Provavo com–passione con quei pochi turisti che si fermavano, forse un po’ come me, a contemplare con orrore quella scena. Con uno di questi, forse un tedesco, un omone alto di mezz’età con lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, ci siamo guardati negli occhi per qualche secondo, comunicandoci forse più di quanto io non mi stia affaticando a comunicare adesso con queste parole. Fotografai per un’oretta, forse più, con la dura luce del giorno, ma sentivo di non star riuscendo a catturare davvero quello che i miei occhi vedevano. Ma presto fui nero di cenere, abbacinato dalla luce del giorno, e me ne andai. Tornai al tramonto, per fotografare cumuli di laterizi nascosti nella pineta da qualche balordo e riportati alla luce dalla sparizione del bosco; fotografai le chiocciole, ancora arrampicate sui rami, letteralmente cotte dal calore del fuoco e con il guscio che si sfogliava come carta bruciata. Fotografai margherite annerite dalle fiamme, sentieri una volta bellissimi ora ridotti a grigiastri selciati in mezzo a un nero avvilente. Tornai lì ed in altri luoghi devastati dall’incendio, deliberatamente appiccati da un’esperta mente criminale in più punti strategici nella giornata più calda dell’estate, ed il paesaggio era sempre e tristemente lo stesso. Quasi piansi, stavolta sì, quando vidi degli ulivi, certamente plurisecolari, ridotti a bizzarri e nodosi ammassi vuoti, spezzati in più punti dal crollo della struttura interna, alcuni persino ancora imponenti, ma morti senza speranza di tornare in vita, vuoti, privi della loro maestà. Ho vissuto un’estate diversa, velata di dolore e con gli occhi sempre puntati alla desolazione di quel fuoco che non potevo smettere di guardare, perché era tutto attorno a Vieste, sia a sud che a nord, dove non ho nemmeno osato andare per non vedere Peschici e la sua tristezza ancor più marcata dalle morti umane. Ho lasciato la mia Vieste mentre dalle ceneri del fuoco spuntavano, come un grido di vita, centinaia di fiori bianchi, quelli delle scille che sanno resistere al fuoco e che, entro novembre, rinverdiranno molto con le loro lunghe foglie. Vedevo che qualche pino, forse, era riuscito a sopravvivere e sapevo che la vita avrebbe trovato modo di tornare in quel cimitero e rifiorire in quella distesa arida e deserta. Ma se da scienziato so che lì, su quella stessa cenere, sta tornando e tornerà la vita, da uomo so che le vite umane non torneranno, e che per la violenza di chi ha acceso il fuoco non tornerà mai linfa o sangue alle forme di vita che sono state spazzate via da quella inarrestabile furia.Per tutte le vittime del fuoco che ha bruciato e brucia le nostre terre, le terre dei nostri padri, le terre dei nostri fratelli, il Gargano Vive. October 22 Lezioni semiserie di fotografia/2Esposizione Da buono ex studente di un liceo classico, è facile fare l’etimologia della parola fotografia, anche se la sua traduzione è patrimonio comune: “scrivere con la luce”. Il controllo della luce viene effettuato dalle macchine fotografiche attraverso questi tre fattori combinati tra loro: otturatore↔diaframma↔sensibilità ISO Tutte le macchine, dalle analogiche a pellicola più becere fino alle super macchine da svariati migliaia di euro funzionano in questo modo. La quantità e la qualità della luce con cui impressioniamo il fotogramma determina l’esposizione. Esporre correttamente vuol dire impressionare il fotogramma con la “giusta” quantità di luce affinché vi sia un sostanziale equilibrio tra luci ed ombre così che la foto non appaia né “bruciata” né “scura”. La possibilità di controllo dei tre parametri di cui sopra da parte di alcune macchine determina il motivo per cui certe foto che ai più sembrano impossibili sono invece alla portata delle Reflex. I più di noi, infatti, con le compatte basilari restano sempre delusi quando provano a fare fotografie di notte o in ambienti bui oppure controluce. Ma in pratica come avviene il controllo dell’esposizione? Per far capire come i tre parametri interagiscano tra loro sono stati utilizzati molti esempi, il più classico ed efficace dei quali è quello del bicchiere che viene riempito sotto ad una fontana: se si apre poco il rubinetto, per riempirsi il bicchiere impiegherà più tempo; se lo si apre molto, il bicchiere si riempirà rapidamente. Ebbene, a parità di sensibilità ISO, l’apertura del rubinetto è analoga all’apertura del diaframma mentre il tempo per riempire il bicchiere è analogo alla velocità dell’otturatore. Vediamo quali sono le caratteristiche di questi singoli elementi:
50 100 200 400 800 1600 3200 +luce…………………………–luce
f/1 f/2 f/4 f/8 f/16 f/32 +luce…………………………–luce
1’’ ¼’’ 1/16’’ 1/60’’ 1/250’’ 1/1000’’ 1/4000’’ +luce…………………………..……………–luce Come combinare questi elementi per ottenere la giusta esposizione? Le Reflex (ma non solo, anche molte compatte soprattutto le digitali più avanzate) sono dotate di un importante mezzo di calcolo delle quantità di luce chiamato esposimetro: senza dilungarmi troppo su come funziona l’esposimetro (ne esistono di più tipi anche all’interno della stessa macchina che effettuano letture fotometriche diverse, oltre all’uso più serio di esposimetri esterni a luce incidente e/o riflessa), questo potente mezzo ci fornisce informazioni sulla quantità di luce disponibile e ci suggerisce quale coppia di tempo/diaframma usare a partire dalla sensibilità ISO impostata. Per un luminoso panorama, ad esempio, ci suggerirà a 100 ISO f/11 e 1/250’’; per una foto al chiaro di luna ci suggerirà, alzando gli ISO a 400, f/4 e Posa B, per una foto ad un uccello in piena luce ci suggerirà, a 200 ISO, f/8 e 1/2000’’. Ovviamente è possibile variare questi parametri ed ottenere esposizioni equivalenti. Ad esempio, per quanto riguarda il nostro primo esempio, coppie tempo/diaframma equipollenti saranno f/5.6 a 1/1000’’ oppure f/22 a 1/60’’. Che cosa cambia? Cambia che, per la seconda coppia fornita, la profondità di campo sarà ridotta ma eventuali oggetti in movimento saranno bloccati dal breve tempo di scatto, mentre nella terza coppia la profondità di campo aumenterà a scapito di un tempo di scatto più lungo che potrebbe, ad esempio, var apparire leggermente mosso un soggetto in primo piano come una persona che cammina. Indovinare la giusta coppia tempo diaframma non è la cosa più immediata, e solo l’esperienza può aiutare. Il controllo della profondità di campo è fondamentale, così come lo è la scelta della giusta velocità. Le Reflex possiedono dei programmi automatici che impostano da sé le coppie, altri programmi che danno la possibilità al fotografo di scegliere uno dei due parametri lasciando alla macchina la gestione dell’altro e, infine, un programma manuale che lascia scegliere al fotografo entrambi i parametri. Col tempo, l’esperienza insegna a regolarsi anche in base alla qualità della luce, e non solo alla sua quantità. Anche l’obiettivo che si usa, poi, ha una sua importanza: aumentando la lunghezza focale, infatti, diviene più facile ottenere foto mosse proprio perché l’obiettivo stesso tende a vibrare e diviene quindi obbligatorio l’uso di un solido treppiede o un monopiede (questa è la ragione per cui obiettivi a lunghezza focale lunga dotati di diaframma ampio e/o stabilizzatore d’immagine costano molto, in quanto garantiscano tempi di scatto brevi, fondamentali se si stanno fotografando eventi sportivi o animali selvaggi); con un grandangolo, invece, si può scattare a mano libera con tempi anche di un 1/15’’ senza far venire un mosso rilevante. Infine,
non sempre quella che appare come la giusta esposizione è quella giusta. Bisogna scegliere con attenzione
in base a quale zona dell’inquadratura regoliamo la nostra coppia, perché si
rischia di far venire delle ombre o delle alte luci laddove non ce li si
aspetterebbe. Inoltre molte immagini, se anche ben esposte, possono risultare
piatte: a volte effetti particolari, drammatici o spettacolari si possono
ottenere attraverso sovraesposizioni o sottoesposizioni volontarie. Insomma,
come sempre, è tutto un mondo da esplorare e sperimentare…
October 11 Lezioni semiserie di fotografia/1La mia passione sempre più crescente per il meraviglioso mondo della fotografia digitale mi sta concedendo di addentrarmi in un universo spettacolare e dalle sconfinate possibilità espressive. Posso dire, senza sbagliarmi, di starmi avventurando in quest’arte più di qualsiasi altra forma d’espressività che ho mai esplorato (soprattutto scrittura e musica), e spero, col tempo, di raggiungere risultati sempre migliori. Come qualsiasi altra forma d’arte, la fotografia ha delle regole tecniche che – pur non essendo vincolanti – non possono essere totalmente ignorate; soltanto qualche maledetto genio può permettersi di schiacciare tutte le leggi o ignorarle del tutto. Non rientrando io nella categoria dei geni pazzoidi, ecco che accanto alla creatività e alla sensibilità – assolutamente basilari e fondamentali per fare qualcosa che sia “arte” e non solo fredda immagine – affianco sempre più delle conoscenze tecniche, sia di base sia, col tempo, più avanzate. Ho deciso di scrivere alcune pagine sul mio blog per spiegare a chi “non è del mestiere” alcune di queste regole di base, in particolare per quanto riguarda la fotografia reflex digitale nella quale mi sto specializzando. Lo faccio perché trovo queste possibilità estremamente stimolanti, ma molti – non avendo neppure le conoscenze minime – si spaventano di fronte ad un fotografia che vada di là dal semplice “punta e clicca”. Dato per assunto che non sono un grande maestro e né – forse – mai lo diverrò, mi limiterò a spiegare alcuni piccoli concetti, molti dei quali applicabili anche a fotocamere compatte come quelle che tutti noi possediamo; la mia speranza è di spronare qualcuno a migliorarsi, a sperimentare, ad espandere i propri orizzonti in un universo che non ha limiti e che – mai come oggi – è alla portata di tutti (portafogli compresi). Seguirò le linee guida di un buon manuale che consiglio di acquistare a chiunque sia interessato: “Il Nuovo Manuale del Fotografo” di John Hedgecoe edito da Mondatori, prezzo 35€. Si noterà che parlo quasi sempre delle macchine Canon perché è la marca che possiedo, ma altrettanto valida (da molti ritenuta superiore) è la Nikon, senza dimenticarci della Konica–Minolta per le analogiche (ma oggi anche per le reflex) ed anche altre marche quali Sigma, Leica, Sony, Olympus ed altre.
Fotocamere Il primo oggetto che indubbiamente va preso in esame è senz’altro la fotocamera, il corpo centrale della fotografia. Capire, anche minimamente, come funziona una macchina fotografica (di qualsiasi tipo) è basilare per poter pensare di fare fotografie “vere”. La fotocamera è il mezzo che, sfruttando la luce, permette di creare immagini della realtà che ci circonda. La luce, attraversando i vari elementi della fotocamera, finisce per impressionare il sensore della macchina fotografica (o la pellicola, per le analogiche) lungo un percorso che possiamo esemplificare così:
Tutte le macchine fotografiche, partendo da quelle dei cellulari fino ai costosi banchi ottici da svariate migliaia di euro, funzionano pressappoco su questi principi. In che cosa si differenziano, quindi, i diversi tipi di macchina fotografica presenti sul mercato? Per quanto riguarda le digitali sostanzialmente i punti su cui riflettere sono i seguenti:
Quali sono e in che cosa si differenziano i tipi di macchine fotografiche più diffuse?
Obiettivi Tra tutti gli smisurati accessori che si possono affiancare al sistema SLR sicuramente quello più importante è l’obiettivo. Ne esistono di svariate fattezze ed i loro impieghi possono essere molteplici, e nel loro utilizzo consiste il cuore e l’anima delle grandi potenzialità della fotografia reflex. Quali sono le caratteristiche base di tutti gli obiettivi e da che cosa si contraddistingue un obiettivo dozzinale da uno di altissima qualità?
Vediamo ora, in funzione della lunghezza focale, a che cosa servono gli obiettivi montati su una 35mm:
Bene, per adesso è tutto. Spero possa essere servito a qualcuno; ad ogni modo sono sempre a disposizione per qualsiasi domanda (se saprò, potrò e/o vorrò rispondere). Ciao! |
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